Tema del mese: Il gap da colmare

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Articolo a cura di Stefano Simionato, Responsabile Ufficio Studi ALFA SCF, estratto dal report mensile ALFA&BETA di Giugno 2017 riservato ai clienti (scarica qui i report ALFA&BETA Sintesi).

 

TEMA DEL MESE – GIUGNO 2017

IL GAP DA COLMARE

L’Istat ha certificato che nel primo trimestre del 2017 l’economia italiana è cresciuta dello 0,2%. Si tratta del nono trimestre consecutivo di ripresa. Dopo anni di dura recessione, i dati dell’ultimo biennio sembrano dunque finalmente positivi. Se si confronta l’andamento dell’economia italiana con quello dell’area Euro, però, i motivi per festeggiare rimangono pochi. Negli ultimi venti anni, la crescita cumulata del Belpaese è stata appena del 9%, molto inferiore al +32,1% registrato dall’Eurozona. Dai minimi toccati con la crisi del 2008-2009, inoltre, l’Eurozona è «rimbalzata» del 9,2% mentre l’Italia appena dello 0,6%. Ancora nel 2016 la crescita italiana (+1%)  è stata più bassa di quella continentale (+1,7%) e questo gap ha continuato inesorabilmente ad allargarsi nel primo trimestre. A fronte del +0,4% fatto segnare dall’Italia, l’economia dell’area Euro è infatti cresciuta di mezzo punto percentuale.

Immagine1Ma perché l’Italia continua a crescere poco, e meno del resto d’Europa? Sulle cause di questa differenza di performance discutono quotidianamente legislatori e commentatori. Molti dei motivi chiaramente possono essere interpretati in maniera differente a seconda delle diverse ideologie. A prescindere dalla visione politica, però, ci sono alcuni elementi oggettivi che da soli spiegano buona parte della scarsa crescita italiana degli ultimi venti anni. Li analizziamo di seguito.

La produttività per ora lavorata, da intendersi come il valore aggiunto per unità di lavoro, è una misura dell’efficienza di un sistema economico. Negli ultimi venti anni, in Italia, questo valore è cresciuto del 5%, un valore ben distante dal +23% del resto d’Europa. La grande recessione peraltro non è stata da stimolo per un’inversione di rotta: dal 2008 la produttività nel nostro paese è infatti sostanzialmente stabile (al contrario, nel complesso dell’area Euro è cresciuta del 7%). Ancora più preoccupante il fatto che i dati Eurostat su questo indicatore evidenziano per il nostro paese una contrazione nel 2016 (-0,8%).

Immagine3Nel lungo termine, il grado di sviluppo di un paese dipende poi senza dubbio dalla quantità e dalla qualità dei suoi investimenti. Se l’Italia è ferma da decenni è quindi anche sicuramente dovuto al fatto che gli investimenti totali nel nostro paese sono oggi allo stesso livello del 1997 e sono inferiori del 26% rispetto ai livelli pre-crisi. Per fare un paragone, nello stesso periodo (1997-2016) in Europa si è registrata una crescita del 30%. La quota di PIL destinata agli investimenti è del 20% circa in Europa, appena del 17% in Italia. Per quanto riguarda poi la qualità degli investimenti, noi italiani destiniamo solo l’1,3% del nostro Prodotto Interno Lordo alla ricerca. Si tratta di un valore distante dal 2,1% medio europeo e che ci allontana anche dagli obiettivi del progetto Europa 2020 (analizzato in «Alfa e Beta» di   novembre 2016).

Le scelte dell’attuale e dei futuri governi stabiliranno se il percorso che l’Italia intraprenderà per uscire dalla crisi peggiore dal dopo-guerra sarà all’interno di un’Europa più o meno unita e quale sarà il ruolo dello stato nell’economia. A prescindere da qualsiasi evoluzione dello scenario politico è però evidente che per colmare il gap di crescita con l’area Euro sarà fondamentale migliorare l’efficienza produttiva e stimolare gli investimenti.

 

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