Tema del mese: Il Regno Unito ha retto l’urto Brexit, ma oggi è più fragile

Articolo a cura di Stefano Simionato, Responsabile Ufficio Studi ALFA SCF, estratto dal report mensile ALFA&BETA di Gennaio 2018 riservato ai clienti (scarica qui i report ALFA&BETA Sintesi).

 

TEMA DEL MESE – GENNAIO 2018 – IL REGNO UNITO HA RETTO L’URTO BREXIT, MA OGGI E’ PIU’ FRAGILE

Il 24 giugno 2016 è stato per i mercati finanziari uno dei giorni più drammatici dell’ultimo decennio. L’inatteso esito del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha generato panico e forti vendite su tutti i mercati. Quella mattina molti operatori corsero a ridurre le posizioni di rischio temendo che la cosiddetta «Brexit» avrebbe avuto effetti molto negativi sull’economia britannica, e non solo. Le previsioni della maggior parte degli economisti e della stessa Bank of England, in effetti, erano particolarmente preoccupanti. Si parlava di contrazione del PIL e di un possibile lungo periodo di crisi.

Circa 18 mesi dopo, con il processo di uscita in realtà ancora in corso (l’abbandono ufficiale dell’Unione è previsto per il 23 marzo 2019), si può fare un primo parziale bilancio dell’effettivo andamento dell’economia UK post Brexit. I dati macro evidenziano innanzitutto che, dal giugno 2016, l’economia del Regno Unito ha subito un deciso rallentamento. Nonostante nello stesso periodo la crescita in Europa sia accelerata, il PIL britannico cresce oggi appena dell’1,5% annuo (contro il 2% abbondante dei due anni precedenti il referendum). Sebbene gli scenari recessivi previsti da alcuni economisti siano lontani, è dunque innegabile un effetto negativo del referendum sul fronte della crescita.
Un’analisi più dettagliata dei numeri permette però di leggere meglio questo dato. A causare il rallentamento non è stata sicuramente la domanda interna. Il livello di consumi e investimenti è continuato a crescere ad un ritmo in linea con quello degli anni precedenti; la disoccupazione è ulteriormente diminuita (a livelli peraltro molto inferiori rispetto a quelli europei) e anche il mercato immobiliare è rimasto tonico.
La frenata dell’economia britannica nell’ultimo anno e mezzo è stata piuttosto l’effetto «indiretto» del deprezzamento della sterlina. Dal 23 giugno 2016 il pound si è deprezzato del 14% circa contro l’Euro (con punte del 19%) e del 10% contro il dollaro. Questo ha sicuramente favorito le esportazioni, ma per un paese storicamente importatore come il Regno Unito ha comportato un peggioramento netto della bilancia commerciale e un significativo effetto sul fronte  dei prezzi. L’inflazione è cresciuta rapidamente e ha superato oggi il 3%, con la Bank of England che di recente ha cercato di contenere la situazione alzando i tassi allo 0,5%. Queste spinte inflattive stanno avendo effetti non trascurabili sui salari e sulla ricchezza reale delle famiglie. Il reddito reale si è contratto dello 0,4% negli ultimi dodici mesi.
In un contesto di questo tipo, per mantenere inalterato livello di consumi, è inevitabile che la capacità di risparmio delle famiglie britanniche (già storicamente bassa) sia ulteriormente diminuita. Il «saving rate», mediamente intorno al 9% negli ultimi venti anni, è oggi del 5,5%.

In sintesi, si può dire che l’economia britannica abbia, almeno in questo primo periodo, retto l’urto della Brexit. Si è dimostrata sufficientemente solida e flessibile, smentendo le previsioni di quanti consideravano inevitabile una recessione; il rischio paese è rimasto molto basso e il PIL è in ogni caso continuato a crescere. D’altro canto però, il deprezzamento della sterlina sta generando alcuni elementi di criticità che non possono essere ignorati. La crescita dell’inflazione, la riduzione dei salari reali e la contrazione dei risparmi potrebbero indebolire strutturalmente l’economia nel lungo termine. Per evitare un tale scenario sarà necessario un ritorno della fiducia sulla valuta britannica. Si tratta di una questione in buona parte anche politica. Le trattative del governo May con l’Unione Europea, che caratterizzeranno buona parte del 2018, saranno dunque da seguire con attenzione.

Immagine di copertina by Pixabay