L’Italia nelle sabbie mobili

Articolo a cura di Stefano Simionato, Responsabile Ufficio Studi ALFA SCF, estratto dal report mensile ALFA&BETA di Agosto 2018 riservato ai clienti (scarica qui i report ALFA&BETA Sintesi).

 

TEMA DEL MESE – AGOSTO 2018 – L’ITALIA NELLE SABBIE MOBILI

 

Quando si parla di economia, almeno in Italia, si fa spesso ricorso a termini come «crisi», «bassa crescita» o «declino». E’ infatti noto che il nostro paese stia affrontando, da questo punto di vista, una fase di prolungata difficoltà.
Sicuramente meno nota è però la portata effettiva di questo rallentamento. Vale quindi la pena analizzare qualche dato più concreto, per capire meglio cosa veramente si intenda quando si parla di «declino economico italiano».

Le analisi degli economisti partono sempre dall’osservazione del PIL. Confrontiamo dunque le dieci maggiori economie dell’area Euro e le loro «performance» negli ultimi venti anni. Notiamo che l’Italia ha fatto (leggermente) meglio solo rispetto alla Grecia. Arriviamo alla stessa conclusione anche considerando solo gli ultimi cinque anni di «ripresa»: i nostri partner europei si sono dimostrati più reattivi e sono usciti dalla crisi più rapidamente. Un analogo confronto con gli Stati Uniti o con i paesi emergenti sarebbe naturalmente ancora più impietoso. Ed è poco confortante constatare che la situazione non sembra cambiata nell’anno in corso, quando per l’Italia si stima una crescita dell’1,3% contro il 2,2% medio continentale.

Finora abbiamo fatto però solo confronti relativi. Più impressionante è leggere gli stessi dati in termini di evoluzione del reddito medio pro-capite. Venti anni fa, il reddito di un italiano era appena del 4% più basso rispetto a quello di un tedesco ed era superiore rispetto a quello di francesi e spagnoli. Oggi, in Italia, ciascun cittadino genera invece una ricchezza mediamente inferiore del 25% rispetto a quanto avviene in Germania. Tra le grandi economie europee ormai solo in Portogallo e Grecia si registrano cifre inferiori.

I numeri appena citati sono inevitabilmente causati da numerosi fattori. La contrazione dell’apparato industriale nazionale (ridottosi del 9% dal 1998 a fronte del +40% di quello tedesco nello stesso periodo) è un fattore importante ma non necessariamente decisivo. Molto più significativo è il fatto che la produttività totale del lavoro, nei vari settori dell’economia, abbia visto una contrazione del 3,5%. In pratica, il nostro sistema produttivo oggi è meno efficiente rispetto al 1998. Tutto questo mentre in ogni altro paese europeo, stavolta anche in Grecia, ci sono stati tangibili miglioramenti.

Non solo per ciò che riguarda la produttività, un settore tanto importante quanto problematico della nostra economia è senza dubbio quello pubblico. Lo certifica in modo sintetico ma efficace anche la Banca Mondiale che rilascia ogni anno un valore sintetico sull’efficienza delle amministrazioni pubbliche in ciascun paese. Questo valore può oscillare da -2,5 a +2,5. Ebbene, oggi come due decenni fa, all’Italia è attribuito un valore di gran lunga inferiore a quello di tutti gli altri maggiori paesi europei. Nel 2018, le cose sembrano andare appena meglio rispetto al recente passato, ma il trend degli ultimi decenni è stato indiscutibilmente molto, troppo negativo.
In attesa di capire se e come i provvedimenti del nuovo governo potranno portare a un cambiamento dell’attuale situazione, c’è da dire che la complessiva debole crescita degli investimenti (aumentati sì negli ultimi cinque anni, ma meno che altrove) rende in ogni caso difficile una ripresa significativa in tempi rapidi.

A questo punto, si potrà obiettare che i soli dati economici non sono sufficienti a definire la qualità della vita dei cittadini.
E’ sicuramente vero, ed è per questa ragione che negli ultimi anni sono stati sviluppati indicatori di benessere alternativi e comprensivi di fattori qualitativi come sicurezza, salute, sistema sociale e ambiente. Anche considerando questi aspetti, però, c’è poco materiale per essere soddisfatti: il World Happiness Report 2018 ci colloca infatti al 47° posto a livello mondiale dietro paesi come Nicaragua e Uzbekistan e l’Economist, che nel 1988 indicava l’Italia come quarta nazione al mondo per qualità della vita, oggi ritiene che ci siano venti paesi migliori.

Insomma, i dati analizzati evidenziano molto bene come, mentre il resto del mondo continuava a crescere, negli ultimi decenni l’Italia sia rimasta sostanzialmente ferma. Forse è errato dire che ci sia stato un peggioramento nella qualità della vita dei cittadini rispetto al passato; è però evidente che il nostro paese abbia perso molte posizioni nel confronto con i partner europei e globali.

Il recente caso italiano, per concludere, non è né anomalo né eccezionale: sono frequenti i casi di nazioni che hanno vissuto fasi di declino, così come sono altrettanto frequenti i casi di straordinari boom. Naturalmente ci auguriamo e crediamo che l’Italia possa recuperare negli anni a venire le posizioni perse nel recente passato. Da investitori, però, i numeri appena analizzati ci ricordano quanto sia pericoloso concentrare i propri investimenti su titoli domestici (il cosiddetto «home bias»).
E’ anzi sempre importante diversificare bene i propri investimenti anche dal punto di vista geografico, per evitare che l’andamento di un portafoglio possa dipendere dalle incerte e spesso difficilmente prevedibili fortune di un singolo paese.

 

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