Tema del mese: Rapporti di forza (video)

Articolo a cura di Stefano Simionato, Responsabile Ufficio Studi ALFA SCF, estratto dal report mensile ALFA&BETA di Settembre 2018 riservato ai clienti (scarica qui i report ALFA&BETA Sintesi). Questo mese anche in versione video!

TEMA DEL MESE – SETTEMBRE 2018 – RAPPORTI DI FORZA

In un 2018 già molto ricco di eventi, la guerra commerciale mossa dall’amministrazione Trump ai principali partner economici globali è senza dubbio il fatto economico più rilevante dell’anno.

Comprendere le logiche e gli obiettivi che stanno dietro le rapide e frequenti decisioni del presidente americano è sicuramente molto complesso. Gli interessi in gioco sono molteplici e spesso non è neanche facile distinguere ciò che è pura strategia negoziale da ciò che rientra invece negli obiettivi di politica economica del governo USA. E’ tuttavia evidente che l’evoluzione concreta di questa battaglia potrà avere negli anni a venire effetti anche molto significativi sugli equilibri di potere a livello globale. In attesa di comprendere più concretamente come cambierà il mondo del commercio, oggi è dunque importante capire per prima cosa quali siano, in questa «guerra», le forze in gioco.

Una prima risposta può arrivare dall’analisi del cosiddetto «grado di apertura commerciale», ossia il peso di importazioni e esportazioni sul PIL. Abbiamo preso in considerazione, oltre agli Stati Uniti, le dieci maggiori economie globali per PIL nominale valutato in base al potere d’acquisto. E’ emersa in maniera piuttosto netta la minore dipendenza dal commercio internazionale dell’economia USA: oltreoceano il peso degli scambi commerciali è inferiore al 20%, un livello più basso rispetto a quello dei grandi paesi asiatici e molto inferiore rispetto alle economie europee, Germania in particolare.

La maggiore «autosufficienza» dell’economia USA è ancora più evidente se si considera solo la quota di PIL destinata alle esportazioni: appena il 7,7%, meno della metà rispetto alla Cina (seconda potenza globale) e circa un quinto rispetto alla Germania. Anche economie relativamente poco votate all’export come quella indiana e quella brasiliana esportano quote ben maggiori delle loro produzioni interne rispetto a quanto non facciano gli USA.

Osservando questi dati, si arriva quindi a una prima conclusione parziale: una «guerra commerciale» poteva essere lanciata solamente dai rappresentanti del popolo americano. Tra i grandi paesi, è infatti quello che soffrirebbe di meno, almeno nel breve termine, di un rallentamento del commercio globale. A questo punto diventa quindi interessante  osservare più da vicino i rapporti commerciali tra   gli Stati Uniti e i singoli partner globali. Sono riassunti nelle tabelle 2 e 3, che mettono in evidenza numerosi elementi cruciali per comprendere l’attuale situazione.

Si nota innanzitutto che, mentre gli USA rappresentano un mercato di sbocco molto importante per tutti i maggiori paesi (esclusa forse la Russia), per gli Stati Uniti nessun mercato estero è veramente «fondamentale».  Anche paesi come Cina, Messico o Canada (non presente in tabella), che acquistano quote importanti della produzione USA, hanno infatti esportazioni nette in attivo nei confronti degli Stati Uniti. Ciò significa che avrebbero un peggioramento anche significativo della bilancia commerciale, con possibili squilibri interni, se si dovessero ridurre i flussi   commerciali con lo «Zio Sam». Tutto ciò è particolarmente vero, come prevedibile, per il Messico, ma è anche chiaro osservando i rapporti commerciali con la Cina e con gli stessi paesi UE.

La storia e la teoria economica hanno più volte dimostrato come, in battaglie di questo tipo, nel lungo termine tutti i contendenti siano destinati a perdere. I dati analizzati, tuttavia, per quanto   aggregati e non in grado di cogliere il peso specifico (anche   elettorale) dei singoli settori, mettono in evidenza un fatto. Gli Stati Uniti affrontano questa guerra commerciale da una posizione di vantaggio. Non sappiamo se questo sarà sufficiente a cambiare a   favore del paese gli equilibri globali. Sicuramente però, questo   spiega perché il mercato stia favorendo oggi gli asset americani.