Luci e ombre cinesi (video)

Articolo a cura di Stefano Simionato, Responsabile Ufficio Studi ALFA SCF

TEMA DEL MESE – DICEMBRE 2019 – LUCI E OMBRE CINESI

Nel decennio che sta per cominciare, la Cina sorpasserà con ogni probabilità gli USA per PIL nominale e diventerà la più grande economia del mondo. Sebbene difficile da comprendere e da analizzare, dunque, il Regno di Mezzo non può più essere ignorato dagli investitori occidentali. Partendo dai dati più recenti cercheremo quindi di capire quali sono gli aspetti da considerare con più attenzione per comprendere questo enorme mercato di quasi 1,4 miliardi di persone, caratterizzato da tradizioni millenarie, grande dinamismo ma anche grosse rigidità e differenze interne.

Per prima cosa, i più recenti aggiornamenti in tema di dati macro vedono un’accelerazione dei consumi, cresciuti a un ritmo dell’8,1% da inizio anno, così come una frenata della crescita e del commercio internazionale. Il 2019 si chiuderà con un PIL in crescita «appena» del 6% (livello più basso da trenta anni) e una contrazione di import e export rispetto al recente passato. Sembrerebbero dunque confermate da questi numeri le ipotesi secondo le quali il gigante asiatico, concretamente indebolito dalla guerra commerciale mossa da Trump lo scorso anno, abbia accelerato la sua trasformazione da economia votata all’export a economia di consumi.
Un’analisi della struttura dell’economia e una valutazione dell’apertura del paese agli investimenti internazionali, però, sembrano ridimensionare questa visione. Nonostante la grande crescita degli ultimi anni, i consumi continuano infatti a generare meno del 40% del PIL (nelle economie occidentali pesano invece per oltre il 60%). Nello stesso tempo, mai come oggi è facile per un’impresa straniera investire in terra cinese. Negli ultimi due anni il paese ha infatti guadagnato ben cinquantotto posizioni nella classifica «Ease of Doing Business» della Banca Mondiale, passando dal settantottesimo al trentunesimo posto.

A frenare gli investitori internazionali sono però spesso, più che ostacoli tecnici, le differenze culturali e le contraddizioni interne al paese. A una libertà economica crescente (sebbene non particolarmente elevata nei confronti internazionali) fa infatti da contraltare un bassissimo livello di libertà sociali e personali. L’indice di democrazia dell’Economist definisce la struttura politica «autoritaria» analogamente a quella di paesi come Zimbabwe e Venezuela, il livello di libertà morali1 rimane tra i più bassi al mondo e la situazione per quanto riguarda la libertà di stampa2 è definita «molto grave». Tutto ciò negli ultimi anni e negli ultimi mesi ha comportato ad esempio situazioni di grande incertezza e potenziali crisi diplomatiche internazionali con riferimento alla situazione delle popolazioni Uigure al confine con l’Asia centrale, al caso del Tibet e – storia di questi giorni – a Hong Kong. Si tratta di rischi politici da tenere sempre in grande considerazione.

Un’altra potenziale incognita è quella relativa all’indebitamento: quello pubblico è basso, ma quello privato secondo alcune stime nel 2019 ha raggiunto il 260% del PIL, evidenziando un livello di leva finanziaria che espone il sistema a potenziali crisi.
Infine, quando si parla di Cina, è sempre bene considerare che si tratta di un paese davvero enorme con differenze tra le singole regioni molto più marcate rispetto a quanto non avvenga in Europa o in Nord America. Il PIL pro-capite a parità di poteri d’acquisto delle regioni di Shanghai e Pechino è ad esempio paragonabile a quello di paesi come la Francia; al contrario, regioni come lo Yunnan e il Gansu, nel centro del paese, hanno redditi medi simili a quelli delle nazioni africane.

Insomma, la Cina è un mercato enorme che, nonostante il recente rallentamento, continua a essere in grande espansione. Nonostante le grandi incognite che presenta, per le imprese occidentali diventerà sempre più difficile rimanerne fuori negli anni a venire; allo stesso modo, nonostante i rischi sottostanti, per gli investitori diventerà sempre più opportuno considerare anche gli asset cinesi nella propria asset allocation.